Il passato che ritorna

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Il passato che ritorna

Quella era una notte d’inverno con quel freddo che a malapena i cappotti riuscivano a contenere. Proprio di fronte al locale un uomo era disteso a terra rantolante, gli occhi non si scorgevano perché chiusi. Respirava a fatica e, per portarlo al caldo lo presero di peso. Una grande folla intorno, poi sempre meno fino a scemare quando fu del tutto dentro al pub.

Non si sapeva esattamente cosa fosse successo a quell’uomo dalla fisionomia esile ma dall’aspetto curato. Ero seduto in quel tavolino di legno graffiato, pieno di firme e disegni strani, li all’angolo del pub osservavo la scena, quando mi avvicinò una ragazza chiaramente scossa alla vista dell’uomo.

Mi chiese se poteva bere con me una birra, aggiungendo che forse la cosa sembrava strana e scortese ma aspettava qualcuno e non voleva rimanere sola. Feci onestamente la figura di quello che se la tirava, tutt’altro, non vedevo l’ora di chiacchierare con qualcuno.

Acconsentii facendola accomodare al tavolo.

Parlava, guardava e abbassava gli occhi, sempre così almeno per dieci minuti buoni. Mi disse che si chiamava Vittoria e lavorava come receptionist all’hotel della città. Quella sera aveva appena smesso e come le accadeva ogni tanto si era fermata a mangiare un hot dog e bere una birra. Così chiamai il cameriere e ordinai per tutti e due. Mi trovavo di fronte a una ragazza dai lineamenti fini, estroversa e con un bel sorriso. Ci ascoltammo per circa un’ora arrivando al punto di prendere l’argomento delle emozioni. Ero sinceramente abituato a parlare, però mi ero incantato con le sue parole mentre mi descriveva se stessa, come fosse e che anima sensibile ma forte avesse. Parlammo di un’infinità di cose e lei arrivò a chiedermi se avevo sentito parlare del grande Buk, io in quel momento sinceramente pensavo a altro, ma ascoltavo preso dal suo racconto. Casa mia col suo disordine e l’odore di alcool e sigaretta ricordava un attimo la sala di Charles e intenzionalmente glielo dissi. Si scatenò un’ammirazione folle nei miei confronti. Non so se lo pensasse davvero o volesse solo entrare a casa mia. Qualunque fosse la risposta decidemmo di continuare i nostri discorsi proprio nel mio appartamento. Mi chiese se poteva comperare qualche birra, a quella domanda scoppiai in una fragorosa risata, perché forse pensava di non trovarle a casa mia, in cantina ne avevo un mezzo scaffale e in frigo due ripiani. Uscimmo dal locale, lei prese la sua macchina e mi seguì. Era una di quelle sere strane in cui non ti aspetti nulla, tanto meno tornare a casa con una donna. Cazzo, imprecando tra me e me, pensai subito allo stato della casa, se avessi messo dentro la cesta della biancheria sporca le mie mutande, se avessi il bagno un po’ in ordine. Non volevo entrasse e uscisse subito schifata. Mi feci subito una ragione capendo non le dispiacesse quel genere di caos.

Messo la chiave nella toppa entrammo e accendendo la luce tirai un sospiro di sollievo, almeno le mutande non erano in giro. Lasciando i cappotti sul primo posto che capitava ci sedemmo sul divano, continuava a guardarmi e sentendosi a proprio agio si aprì. Disse che le era dispiaciuto avermi disturbato al tavolo del pub, ma aveva paura di quell’uomo. Voleva che la tenessi vicino ora. Passammo la sera a bere birre talmente vicini, anzi forse troppo, tanto che le nostre bocche impastate con l’alcool della birra si sfioravano di impeto, senza fermarsi. Nemmeno i nostri corpi trovavano sazietà, carne contro carne forzando con cautela ogni passaggio lecito e illecito, pareva ci conoscessimo da sempre, come pure i nostri corpi in quel lento e inesorabile piacere. Erano proprio i nostri sguardi la nostra foga e i nostri movimenti a rendere sazio quell’incontro. Quel sano odore misto di sesso e alcool, insieme alle risate, avevano allontanato gli spettri della paura. Ancor di più mi ricordava i racconti del grande vecchio. Lei mi cercava, voleva sentire l’odore del mio glande il profumo delle mie palle, avvinghiata al mio corpo ormai protetto. La notte passò annebbiata dalla birra, dai mille sguardi, e dagli evidenti sessi al massimo dello spasimo. Un’occasione splendida di conoscenza e complicità per entrambi, così proprio come recitava una frase del grande Charles: “Le donne, pensai, le donne sono magiche. Che esseri meravigliosi”.

Il mattino seguente si alzò e mi fece un caffè ormai padrona delle stanze, sentii la sua voce delicata e serena che mi ringraziava. Si sdraiò sul letto, portandosi le lenzuola sopra al seno mi guardò, e mi spiegò la ragione del suo comportamento: Quell’uomo sdraiato, privo di sensi all’ingresso del pub era suo padre, l’aveva trovata nella città in cui lavorava e viveva. Un padre che aveva fatto della sua vita un incubo, beveva e le metteva le mani addosso, quella situazione le aveva messo una paura fottuta. Il padre soffriva di cuore, questo lo sapeva, ma non poteva sopportare l’idea che la sua vita potesse essere nuovamente distrutta dalla sua presenza. La presi a protezione tra le mie braccia, notando un rivolo lungo gli occhi, stava piangendo dalla gioia di trovarsi sicura in quel letto.

Capii profondamente il vero significato della sua emozione e di quello che poteva essere viverla per entrambi.

Franco Pancaldi

Gennaio 2015

Informazioni su serenonotturno

Franco Pancaldi nasce e dimora nella provincia modenese dal 1962. Ricca di storia e nota per il saper vivere, ne assorbe i modi e cresce trasmettendo a coloro, che sono a lui vicino, il gusto di cogliere nella semplicità la bellezza insita in essa. Cultore della conoscenza del giusto, riesce attraverso un senso d'innata e spiccata attitudine, a svolgere mansioni manuali con estrema facilità. Lui stesso si definisce “un’anima libera” e continua a esserlo nelle sue diverse espressioni quotidiane di vita, allontanando e fuggendo quell’ombra che solo l’abitudine può dare. Sempre pronto a intraprendere nuove sfide si realizza attraverso un crescente bisogno di crescita personale. Il suo leitmotiv: “Conosco i miei limiti ma non me li pongo”.

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